Chi possiede davvero il software di una startup? Il rischio invisibile.

Chi possiede davvero il software di una startup? Il rischio invisibile.

Uno degli errori più comuni — e potenzialmente più pericolosi — tra i founder di startup riguarda la titolarità della Proprietà Intellettuale (IP) del software.

A questo punto molti si staranno chiedendo: che cos’è davvero il software? Sotto questo nome rientrano tutti i programmi per computer e i siti internet, compresi e-commerce e sistemi di vendita online. Parliamo quindi della maggior parte dei prodotti e servizi digitali, o degli strumenti essenziali per venderli.

C’è poi un altro fattore cruciale da considerare: il software non rientra nella proprietà industriale, bensì nella proprietà intellettuale (diritto d’autore). Questo significa che mentre la tutela di un marchio o di un brevetto nasce nel momento in cui viene rilasciata la certificazione di registrazione (prima esiste una tutela, ma con forti limiti), per la proprietà intellettuale è l’atto stesso della creazione a determinare il sorgere del diritto.

Sì, esiste il deposito, ma serve principalmente a fornire una prova data certa.

Tutto ciò ha conseguenze enormi: se creo un’opera tutelata dal diritto d’autore ne sono già il proprietario dal primo istante; se invece si tratta di un titolo di proprietà industriale, ho necessariamente bisogno della registrazione.

Qual è la conseguenza concreta per una startup?

Vi faccio un esempio pratico: Tizio ha un progetto brillante e un’ottima idea, ma non è un informatico. Si rivolge a Caio, un programmatore, lo fa entrare nel team e, senza alcuna formalità, gli commissiona la creazione del software che concretizza il prodotto.

Caio inizialmente lavora in modo discontinuo, cerca di non farsi mettere sotto pressione perché è pagato poco e ha altri progetti in corso. Poi, piano piano, realizza qualcosa. Ve lo sottopone e ottiene il vostro OK. Prosegue i lavori, ma cominciate a notare che è sempre più difficile contattarlo: risponde in ritardo ai messaggi e saltano un paio di videocall di confronto.

E alla fine?

Caio sparisce. Dopo avervi bloccato su tutti i social, smette di rispondere a e-mail e telefonate. Nel frattempo, si è accordato con un’altra azienda e ha lanciato la vostra idea sul mercato.

Caio poteva farlo?

Teoricamente sì: Caio ha creato il software, ne è il legittimo proprietario e può farci ciò che vuole. Avendo voluto fare tutto senza formalità, senza contratti e senza l’assistenza di un legale, dimostrare l’esistenza di un accordo (anche verbale) e la vostra titolarità sul codice diventa estremamente difficile, se non impossibile.

C’è poi una versione della storia apparentemente più “elegante”.

Ecco cosa succede: il lavoro viene completato, la fattura saldata regolarmente e l’MVP lanciato sul mercato. Tutto sembra procedere al meglio, finché non si affronta il primo round di investimento.

Durante la fase di due diligence legale, gli investitori vi chiedono: “Avete la prova documentale che la proprietà intellettuale del codice è stata interamente ceduta alla società?”

Ancora una volta, in mancanza di un contratto specifico con clausole esplicite di cessione della proprietà intellettuale, la risposta legale è un “no” secco.

La Soluzione Legale: Prima di versare anche solo l’acconto a un professionista informatico esterno o a uno sviluppatore, è fondamentale sottoscrivere un contratto che includa la cessione a titolo esclusivo, illimitato e definitivo di tutti i diritti di utilizzazione economica del codice sorgente.

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